Terapia della tubercolosi e funzione tiroidea: interazioni farmacologiche e implicazioni cliniche

Dr.Vincenzo Piazza – Specialista Endocrinologo

Terapia della tubercolosi e funzione tiroidea: interazioni farmacologiche e implicazioni cliniche

La tubercolosi rimane una patologia infettiva di rilevanza globale anche nell’era moderna. Sebbene la ghiandola tiroidea sia raramente coinvolta direttamente dall’infezione tubercolare, la terapia antitubercolare standard può interferire in modo significativo con l’omeostasi tiroidea, in particolare nei pazienti con ipotiroidismo in trattamento sostitutivo. Tra i farmaci di prima linea, la rifampicina esercita un potente effetto di induzione enzimatica epatica che accelera il metabolismo e la clearance degli ormoni tiroidei, determinando un aumento del fabbisogno di levotiroxina. Questo articolo analizza l’epidemiologia attuale della tubercolosi, le terapie raccomandate dalle linee guida e i meccanismi fisiopatologici alla base delle interazioni tra farmaci antitubercolari e asse ipotalamo-ipofisi-tiroide, con particolare attenzione al ruolo della glucuronazione epatica.

Introduzione

La tubercolosi (TB) è una malattia infettiva cronica causata da Mycobacterium tuberculosis, trasmessa prevalentemente per via aerea. Nonostante i progressi in ambito diagnostico e terapeutico, la TB rappresenta ancora una sfida sanitaria rilevante. Nei Paesi a bassa incidenza, come l’Italia, la gestione clinica della TB richiede un’attenta valutazione delle interazioni farmacologiche, soprattutto nei pazienti con comorbilità endocrine.

La tubercolosi nell’era moderna

In Italia l’incidenza della TB è stimata intorno a 6–8 casi per 100.000 abitanti/anno. I gruppi maggiormente colpiti includono soggetti immunocompromessi, anziani e migranti provenienti da aree ad alta endemia. La forma più comune è quella polmonare, ma sono possibili localizzazioni extrapolmonari.

Terapia antitubercolare secondo le linee guida

Il trattamento standard della tubercolosi sensibile ai farmaci prevede una fase intensiva di due mesi con isoniazide, rifampicina, pirazinamide ed etambutolo, seguita da una fase di continuazione di quattro mesi con isoniazide e rifampicina.

Coinvolgimento tiroideo nella tubercolosi

Il coinvolgimento diretto della tiroide da parte di Mycobacterium tuberculosis è raro. Le alterazioni tiroidee osservate nei pazienti con TB sono prevalentemente secondarie alla terapia farmacologica.

Farmaci antitubercolari e funzione tiroidea

Isoniazide ed etambutolo non presentano effetti clinicamente rilevanti sulla funzione tiroidea. La rifampicina, invece, è responsabile della maggior parte delle interazioni osservate.

Rifampicina: induzione enzimatica e glucuronazione

La rifampicina è un potente induttore del sistema enzimatico epatico attraverso l’attivazione del pregnane X receptor (PXR). Essa induce in particolare il citocromo CYP3A4, oltre a CYP2C9, CYP2C19 e le UDP-glucuronosil-transferasi (UGT). L’induzione delle UGT aumenta la glucuronazione della tiroxina (T4), favorendo la formazione di T4-glucuronide ed incrementandone l’escrezione biliare. Questo processo riduce l’emivita plasmatica degli ormoni tiroidei e ne aumenta la clearance metabolica.

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Implicazioni cliniche

Nei pazienti eutiroidei l’aumento della clearance può essere compensato dalla ghiandola tiroidea. Nei pazienti con ipotiroidismo in terapia sostitutiva, invece, l’induzione enzimatica determina una riduzione dei livelli di FT4 e un aumento del TSH, con necessità di incrementare la dose di levotiroxina, generalmente del 20–50%.

Raccomandazioni cliniche

È raccomandato monitorare TSH e FT4 prima dell’inizio della rifampicina, dopo 4–6 settimane dall’avvio e dopo la sospensione del farmaco.

Conclusioni

La rifampicina non danneggia direttamente la tiroide, ma ne altera l’omeostasi ormonale accelerando il metabolismo degli ormoni tiroidei tramite induzione enzimatica e glucuronazione epatica. Un monitoraggio attento consente di prevenire scompensi tiroidei clinicamente rilevanti.